Ogni mattina a Firenze, mia madre impiegava oltre 25 minuti solo per riuscire a posare i piedi a terra. Le ginocchia e le anche emettevano uno scricchiolio sordo e doloroso, accompagnato da una rigidità tale da renderle impossibile scendere i gradini di casa senza stringere il corrimano con entrambe le mani in lacrime.
Come biologa nutrizionista e ricercatrice, vedevo prescrivere continuamente cicli di antidolorifici (FANS), infiltrazioni temporanee e creme all'arnica. Ma i dati di risonanza magnetica non mentivano: lo spazio intrarticolare si stava assottigliando mese dopo mese. Il problema non era l'infiammazione isolata: era la perdita irreversibile di viscosità del liquido sinoviale.
«La maggior parte dei trattamenti tratta il dolore come un nemico da silenziare. In realtà il dolore da attrito è un allarme idraulico: quando il cuscino sinoviale scende sotto il livello critico, i capi ossei si toccano. Silenziare il dolore continuando a camminare equivale a guidare un'auto senza olio nel motore.»
Decisi di combinare la biomeccanica del carico articolare con la biochimica dei polisaccaridi solforati. Serviva una matrice quadrupla capace di superare la barriera gastrointestinale, stimolare i condrociti a produrre nuova matrice extracellulare e intrappolare molecole d'acqua nel reticolo di collagene di tipo II.